Dichiarazioni di conflitto di interessi: i conti non tornano

L’attenzione delle aziende farmaceutiche alle attività promozionali è nota da tempo e costituisce un’ampia fetta dei bilanci: si stima che nel 2012 le industrie del farmaco abbiano speso 27 miliardi di dollari per attività di marketing negli USA, di cui 4 nel settore cardiovascolare. Negli USA i medici che ricevono qualsiasi forma di elargizione da parte delle industrie del farmaco per valore superiore ai 10 dollari, compresi i compensi per consulenze e conferenze, le spese relative a viaggi, pasti e intrattenimento, e anche i pagamenti da destinare, su loro richiesta, a enti caritatevoli, sono obbligati alla dichiarazione da una normativa conosciuta come Sunshine ACT (http://www.nograzie.eu/sunshine-act-in-azione-2/#more-655).

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Provaci ancora Pfizer: la bufala del costo dei farmaci

A febbraio del 2016 è apparso un grande poster alla fermata Westminster della metro di Londra. Spiega come la nascita di ogni nuovo farmaco richieda 12 anni di sforzi e un costo pari a un miliardo di sterline, circa 1.3 miliardi di euro. Medici senza Frontiere ha subito replicato che non viene chiarito come si arrivi a questa cifra, né e stato spiegato che la maggior parte dei finanziamenti proviene da fondi pubblici e dal duro lavoro di ricercatori universitari e laboratori che usano fondi governativi.(1) Pfizer ha replicato che è grazie all’industria farmaceutica che viviamo una via più lunga e più sana.

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Tumori: meglio prevenire che curare, ma Big Pharma non è d’accordo

Non sembra che la prevenzione dei tumori sia in testa all’agenda di Big Pharma. Dando un’occhiata agli studi in corso registrati presso la FDA si può osservare come la maggior parte degli investimenti si concentri su farmaci per chi ha già un tumore e per di più in fase avanzata; si fa ricerca cioè su prodotti che possono allungare la vita di alcuni mesi a persone già segnate dal cancro. Perché?

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Probiotici: prenderli in gravidanza dimezza il rischio di allergia nel neonato?

In Italia ne viene colpito un bambino su quattro in età prescolare. Eczema, rinite, asma e intolleranza alimentare sono le forme prevenibili coi “batteri buoni” secondo le linee guida internazionali della World Allergy Organization. Le nuove strategie di prevenzione sono al centro dell’incontro promosso oggi a Roma dalle società scientifiche di ginecologia, neonatologia e pediatria.

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Pagare gli autori di un articolo per farsi citare

Ben Goldacre è una vecchia conoscenza dei NoGrazie; è l’autore di Bad Science (La cattiva
scienza, Bruno Mondadori, 2009) e di Bad Pharma (Effetti collaterali, Mondadori, 2013), e
l’iniziatore della campagna AllTrials (http://www.alltrials.net/). Il 14 agosto 2015 ha commentato sul suo blog la notizia di un modo innovativo per creare conflitti d’interesse: pagare gli autori di un articolo per farsi citare in articoli scientifici.(1)
La ditta USA Cyagen, che produce topi transgenici, cellule staminali, terreni di coltura per cellule ed altri prodotti (http://www.cyagen.com/us/en/) invia a un gran numero di ricercatori, senza che gli stessi l’abbiano chiesto, un messaggio email nel quale offre un compenso di 100 dollari, moltiplicati per l’impact factor della rivista, se questi la citano nei loro articoli. Se la rivista è il New England Journal of Medicine, che ha un impact factor di 56, i dollari diventano 5600; povero il ricercatore che pubblica sul BMJ, riceverebbe solo 1700 dollari. E non riguarda solo i ricercatori che hanno ricevuto l’email; dal sito della ditta sembra di capire che il misfatto andasse avanti da tempo. Erano infatti 164 gli articoli che avevano già beneficiato di questo favore. Il tutto senza che questo evidente conflitto d’interesse fosse dichiarato dai beneficiari del compenso, cioè dagli autori degli
articoli. Questo tipo di conflitto d’interessi non rientra infatti nella lista dei conflitti d’interesse che le maggiori riviste scientifiche esigono siano dichiarati.
In realtà, i beneficiari non ricevevano un assegno, ma vouchers dello stesso valore per acquisire prodotti Cyagen. Ma, secondo Goldacre, si tratta pur sempre di un finanziamento e di un conflitto d’interessi, e andrebbe perciò dichiarato, come qualsiasi altri finanziamento ricevuto per realizzare una ricerca. Goldacre aggiunge anche che non intende accusare i ricercatori; potrebbero aver citato la ditta perché andava citata e potrebbero aver rifiutato il compenso in vouchers. Quello che è
chiaro è che la Cyagen era ben consapevole dei conflitti d’interesse che stava creando e che almeno una parte dei ricercatori contattati aveva accettato il compenso. Se no, perché mai la ditta avrebbe rilanciato spedendo l’email ad altri ricercatori?
Spetterebbe ora alle riviste scientifiche aggiornare i loro criteri per la dichiarazione di conflitto d’interessi, aggiungendo questa nuova modalità.13

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L’importanza per la salute pubblica di dichiarare i finanziamenti

Anche Catherine De Angelis è una vecchia conoscenza dei NoGrazie. È stata per molti anni editor in chief del JAMA ed ha contribuito, con i colleghi di altre importanti riviste, ad introdurre l’obbligatorietà per gli autori degli articoli di dichiarare i conflitti d’interesse. Si è dimessa dal JAMA nel 2011, è tornata alle sue attività accademiche (professore di pediatria a Baltimora), e si è dedicata, almeno in parte, a questioni di etica professionale.

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Telethon: lettera alla Ministra della Salute, On. Beatrice Lorenzin

On. Lorenzin, Molti operatori della sanità, dai ricercatori ai volontari, si chiedono come sia accettabile che un’azienda a larga partecipazione statale quale è la RAI possa avallare la convinzione che senza Telethon non ci sia ricerca per le malattie rare. Ci si meraviglia che fino ad ora Lei non abbia preso le difese dei ricercatori che si suppone non si occupino solo di ricerche che tornano utili alle ditte farmaceutiche, ma si dedichino, usando fondi pubblici, anche a ricerche degne di rilievo scientifico, pur se utili solo a pochi individui. La RAI dovrebbe fornire agli italiani informazioni più equilibrate.

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Public Health Literacy

Michele Grandolfo, un NoGrazie, ha recentemente pubblicato su Evidence un articolo sulla Public Health Literacy (PHL). L’articolo, che può essere scaricato gratuitamente da questo indirizzo web http://www.evidence.it/articoli/pdf/e1000121.pdf, parla della PHL, intesa come “il livello di competenza delle persone e delle comunità nell’ottenere, gestire, comprendere, valutare le informazioni e trarne conseguenze per l’azione necessaria ad assicurare beneficio alla comunità con decisioni di sanità pubblica”.

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Multa milionaria negli USA: il caso pioglitazone

 

Il pioglitazone è un farmaco antidiabetico commercializzato dal 2000 con il marchio Actos dalle ditte Takeda ed Eli Lilly. Nella fase di sviluppo del farmaco, studi su animali avevano mostrato un’aumentata incidenza di tumori della vescica in ratti esposti al pioglitazone, ma solo nel giugno 2011 la FDA e l’EMA conclusero che vi era un leggero aumento del rischio di cancro alla vescica associato con l’uso di pioglitazone nell’uomo e hanno raccomandato l’applicazione di misure di sicurezza come la restrizione dell’uso del farmaco e il monitoraggio dei pazienti.

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Meta-analisi sugli antidepressivi influenzate dalle aziende farmaceutiche

Dopo molte dispute legali e un pronunciamento nel 2012 del Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti d’America, nel mese di settembre 2015 una recensione indipendente pubblicata sul Journal of Clinical Epidemiology ha dimostrato che la paroxetina, farmaco usato nella terapia della depressione, non è sicura per gli adolescenti.(1) Questo risultato contraddice le conclusioni degli studi effettuati nel 2001, finanziati da GlaxoSmithKline – azienda produttrice del farmaco – i quali invece avevano attestato che l’impiego della paroxetina negli adolescenti era da considerarsi sicuro.

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AMA contro la pubblicità diretta dei farmaci

L’Associazione dei medici americani (AMA) chiede che si sospenda la pubblicità diretta ai consumatori per i farmaci e per i dispositivi medici che richiedono la prescrizione. La richiesta nasce dalla constatazione che la mole crescente di messaggi pubblicitari spinge i pazienti a esigere terapie sempre più costose, pur in presenza di alternative clinicamente efficaci e più economiche.

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