Richard Smith e la decrescita

I più giovani tra i NoGrazie si chiederanno: Richard Smith, chi era costui? I più vecchi lo sanno, probabilmente. Mente brillante e penna acuminata, per molti anni è stato direttore del British Medical Journal (BMJ), al quale ha impresso una svolta sia internazionale (non solo British Medical Association) sia di salute pubblica e sociale (non solo medicina clinica). Si è ritirato da una decina d’anni e ora presiede l’alleanza sanitaria sul cambio del clima. Con questa affiliazione ha pubblicato sul BMJ un’opinione dal titolo: “Solo la decrescita potrà forse salvarci”.

Partecipando, poco prima della pandemia, a un dibattito su “Dobbiamo porre fine al capitalismo per evitare il collasso climatico?”, Smith aveva risposto no, nonostante gli esperti presenti dicessero che la probabilità di evitare un collasso economico e sociale fosse appena del 30%. Nel frattempo, questa probabilità si è ridotta. Alla fine del 2002, commentando un articolo su quale delle due soluzioni proposte per evitare il collasso, una crescita verde o la decrescita, fosse più efficace, Smith aveva scritto che l’onere della prova non ricade sui fautori della decrescita, ma su chi crede che si possa continuare a crescere. Ora, avendo letto quella che chiama “la bibbia della decrescita” (Less is more, di Jason Hickel, disponibile anche in italiano), Smith è convinto che la crescita verde, predicata anche dall’Unione Europea e, meno convintamente, dall’attuale governo italiano, sia pura fantasia. Per millenni, la storia umana è andata avanti in un solo modo: io ti taglio i capelli, tu mi dai una pagnotta. Non c’era bisogno di un surplus di profitti, Questo bisogno è arrivato con il capitalismo che prevede, per un certo investimento, un profitto medio del 3% anno dopo anno. Se non rendi al tuo investitore il 3% che si aspetta, sposterà il suo investimento altrove e tu sarai costretto a chiudere bottega. Alla Business School di Stanford lo chiamano “cresci o muori”. Non c’è dubbio che questo capitalismo abbia prodotto grandi benefici, ma c’è un problema. Questa crescita esponenziale, infinita, non è compatibile con le risorse finite del pianeta. Inoltre, capitalismo è sinonimo di iniquità. L’1% più ricco della popolazione mondiale possiede il 50% di tutte le ricchezze; i 3.5 miliardi più poveri della terra possiedono il 2.7%. E tuttavia, non sembra che si voglia cambiare. Il filosofo statunitense Fredric Jameson disse che è più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo. Hickel identifica 4 problemi irrisolvibili con la crescita verde: 1) la crescita delle energie rinnovabili non potrà mai andare di pari passo con la crescita dell’economia; 2) le tecnologie per le energie rinnovabili richiedono materie prime scarse, la cui estrazione porterà a danni irreversibili per l’ambiente; 3) le tecnologie per ingabbiare da qualche parte la CO2 in eccesso sono molto rischiose; 4) il problema non è solo l’aumento della temperatura, ma il danno irreversibile all’ambiente. Smith non lo scrive, ma il paradosso delle tecnologie che a lungo andare causano più danni che benefici era già stato descritto e analizzato da Ivan Illich. Che fare? Decrescere. Ridurre l’uso di energia e di risorse per riportare l’economia a livelli che permettano una vita sana, giusta ed equa. Abbiamo già abbastanza; non è necessario avere di più, basta redistribuire ciò che già abbiamo. Hickel non ha una formula magica, ma suggerisce di iniziare con 7 passi: 1) basta con l’obsolescenza pianificata; 2) tagliare o proibire il marketing, che ci convince a voler avere il superfluo; 3) trasformarci da proprietari in utenti; 4) porre fine allo spreco di cibo; 5) ridurre progressivamente le attività dannose per l’ambiente (fossili, allevamenti intensivi, voli aerei, etc); 6) lavorare meno; 7) cancellare i debiti dei paesi a basso reddito.

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