Determinanti commerciali di salute: verso il futuro

Il terzo articolo della serie guarda al futuro.[1] Non si tratta né di detronizzare il capitalismo né di legarsi stretti in un abbraccio con le imprese transnazionali. E non esiste una bacchetta magica per mitigare, annullare o prevenire i danni causati dai DCS alla salute, al benessere, all’equità e all’ambiente. Si comincia dal riconoscere la necessità di cambiare, e di muoversi rapidamente. La società nel suo complesso deve chiedersi quali sistemi politici ed economici possono meglio contribuire alla salute e all’equità, qual è il ruolo del mercato in tali sistemi, quali dispositivi istituzionali e legislativi possono efficacemente regolare le pratiche commerciali al fine di prevenire o ridurre i danni per salute e ambiente, quali modelli di business devono essere proibiti, regolati o incentivati, e come cittadini e società civile possano promuovere tutto ciò. Le proposte degli autori dell’articolo sono per forza generiche e devono essere declinate in azioni pratiche a livello globale, sovranazionale, nazionale e regionale.

Si potrebbe iniziare con una ridefinizione delle priorità per l’economia. Al primo posto, attualmente, c’è il profitto, spesso ad ogni costo. Lo si potrebbe rimpiazzare con il rispetto per l’ambiente e per i diritti umani, e quindi per la salute individuale e pubblica. Ciò comporterebbe un disincentivo, legislativo ed economico (fiscale, per esempio) alla produzione, al commercio e al consumo di prodotti dannosi per la salute e per l’ambiente; viceversa, ci sarebbe un incentivo per i prodotti salutari e rispettosi dell’ambiente. Assumerebbero rilevanza concetti quali decrescita, equità, economia circolare, e l’approccio conosciuto come doughnut economy o economia a ciambella (figura). Per renderli operativi ci vogliono leggi e politiche nazionali, sostenute da convenzioni internazionali legalmente e moralmente vincolanti.

Per prendere decisioni miranti al cambiamento ci vuole il potere. Questo è attualmente in mano alle imprese transnazionali, che non lo esercitano direttamente, ma indirettamente attraverso la loro influenza sulle politiche globali e locali. Con i loro ingenti finanziamenti, modellano narrative, ideologie, politiche e norme. La stessa lente di lettura della situazione attuale può essere usata per trasferire progressivamente il potere ai cittadini e alla società civile. Si dovrebbero creare degli spazi per sviluppare narrative, ideologie e proposte di politiche e norme indipendenti da interessi commerciali. Già si è fatto e si fa in ambienti ristretti, per esempio nelle lotte per l’accesso ai farmaci essenziali. Bisogna moltiplicare questi spazi e farli diventare più estesi, in modo da contrapporre questo potere di base a quello delle imprese transnazionali. Ma bisogna che queste pressioni si trasformino in politiche.

In alcuni paesi, il PIL è stato sostituito, o più spesso affiancato, da indicatori che misurano il benessere della popolazione e l’equità della distribuzione della ricchezza, invece della pura crescita economica. L’uso di indicatori alternativi deriva da un rimodellamento della politica, ma porta a sua volta a rimodellare le politiche. Prendono piede quelle basate sulle 4 R: Riduzione, Riuso, Riciclo e Riparazione. Il consumismo, considerato un valore positivo dalle politiche economiche neoliberali, diventa una parolaccia in una politica rimodellata sulle 4 R. Ne possono derivare regole sul commercio che penalizzano prodotti e servizi dannosi per la salute (per esempio, tabacco, alcol, alimenti ultra-processati comprese le formule infantili, armi, gioco d’azzardo), ma anche attività dannose per l’ambiente e indirettamente per la salute (ad esempio, allevamenti intensivi, industrie contaminanti, estrazione e distribuzione di combustibili fossili), nonché qualsiasi attività commerciale che induca iniquità. Apposite tasse sono strumenti essenziali per raggiungere obiettivi di questo tipo. Inutile sottolineare come le imprese transnazionali facciano di tutto per eludere queste tasse, spostando le loro sedi in paesi dove il fisco è più benevolo o più facilmente aggirabile. Per un sistema di tassazione efficace non bastano regole nazionali, bisogna ricorrere a convenzioni sovranazionali. Le tasse, inoltre, non dovrebbero colpire solo i profitti legati al commercio di prodotti e servizi, ma anche le cosiddette esternalità, cioè i danni alla salute e all’ambiente associati a quel tipo di produzione e commercio.

Vale la pena, infine, elencare in una tabella alcuni esempi, in diversi settori, di azioni miranti a prevenire o diminuire i danni di alcune pratiche commerciali su salute e ambiente.

Un pre-requisito a tutto quanto sopra è l’istituzione di rigide regole di ingaggio per i rapporti con enti commerciali e relativi conflitti di interessi. Queste regole devono riguardare in primo luogo coloro che prendono decisioni su leggi e politiche, ma sono essenziali anche a tutti i livelli inferiori, vista la capacità degli enti commerciali di influenzare le politiche anche partendo dal basso; si pensi alle sponsorizzazioni delle associazioni professionali e di quelle di pazienti di cui tanto abbiamo scritto in queste pagine. Solamente individui e gruppi senza conflitti di interessi e indipendenti da interessi commerciali possono chiedere a chi li governa di emanare politiche macro e micro economiche rispettose di salute, ambiente e diritti umani.

A cura di Adriano Cattaneo

  1. Friel S, Collin J, Daube M et al. Commercial determinants of health: future directions. Lancet 2023;401:1229-40

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